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Il giorno della memoria: tra ricordi e binari

Da sempre il giorno della memoria è connesso nella nostra mente all'immagine di treni e binari, ma ciò che è stato realizzato a Milano va ben oltre il nostro immaginario

Treni verso una destinazione ignota, treni che partono per non ritornare, treni che difficilmente si potrebbero definire tali, treni di dolore, di terrore e di orrore. Gli interminabili binari che corrono verso una destinazione di morte sono da sempre tristemente legati a giorno della memoria, ma ciò che si è realizzato nella città di Milano va ben oltre una mera simbologia.

In effetti, ciò che forse non tutti sanno è che a Milano esiste un memoriale della Shoah sotto i binari ordinari della Stazione Centrale, esattamente in corrispondenza del vecchio binario 21, area un tempo destinata al transito dei vagoni postali, ma anche banchina dalla quale tra il 1943 al 1945 partirono convogli destinati ai campi di sterminio di Auschwitz-Birkenau e Bergen-Belsen nonché ai campi di raccolta italiani di Fossoli e Bolzano.

Ed è a partire da questo luogo italiano che per la sua drammaticità appartiene al mondo intero che nel 2002 è nato il progetto di un eterno giorno della memoria, promosso dall'Associazione Figli della Shoah, dalla Comunità Ebraica di Milano, dalla Fondazione Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea, dall'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane e dalla Comunità di Sant'Egidio.

L'obiettivo di tale progetto non era semplicemente quello di creare un luogo di ricordo e commemorazione, ma anche e soprattutto di dialogo e di confronto, un luogo di condivisione e di convivenza civile. Ed, in effetti, questo memoriale non è solo la condivisione di un messaggio, ma anche di un luogo, l'unico teatro delle deportazioni nazi-fasciste ad essere rimasto intatto attraverso i decenni che si sono susseguiti.

Il giorno della memoria, nel nostro caso, si sposta in avanti di qualche giorno, ma indietro di un anno, al 30 gennaio 1944, giorno nel quale 605 ebrei italiani provenienti da Milano furono deportati ad Auschwitz, ma solo 22 di loro tornarono per poter raccontare questa orrenda esperienza. Tra questi c'era Liliana Segre, età 14 anni, poco più che una bambina, deportata con il padre, morto ad Auschwitz, come anche i suoi nonni.

Liliana Segre ha taciuto per anni e solo all'alba del nuovo millennio ha trovato in se stessa la forza di parlare e di raccontarsi, sentendo farsi strada l'esigenza di una testimonianza vivente proveniente da una generazione che si sta esaurendo giorno dopo giorno. E allora racconta, racconta di una bambina italianissima, nata e cresciuta in una famiglia borghese tutto sommato felice, dove regnava l'amore. Racconta della difficoltà a capire perché mai si sarebbe dovuta ritirare dalla scuola, ricorda l'umiliazione di doversi abbassare ad atti illegali come acquistare dei documenti falsi per la sola colpa di essere nata ebrea. Le privazioni, le proibizioni ridicole, il sentirsi declassati dalle leggi razziali emanate da quello stesso stato che per Liliana Segre era la sua patria, era la terra che suo padre e suo nonno avevano servito in guerra.

Eppure, la rabbia di Liliana Segre non è rivolta tanto a chi l'ha privata di tutto, in primis dell'amore dei suoi famigliari, quanto a chi pur non agendo ha fatto il peggior danno: coloro che si sono nascosti dietro all'omertà di quel silenzio assenso che non può essere condannato come colpevole, ma che non si può nemmeno assolvere come innocente.

Un giorno della memoria per non dimenticare, per non tacere, come molti hanno fatto in passato, di fronte all'ingiustizia.