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Anziani e Volontariato: i benefici dell’invecchiamento “attivo”

25 Novembre 2020

Anziani e Volontariato: i benefici dell’invecchiamento “attivo”

Con la consulenza di Elisa Stefanati psicologa e psicoterapeuta presso l’ospedale privato Quisisana di Ferrara
 
Con il sopraggiungere della pensione, inizia una nuova fase della vita: un tempo ritrovato per coltivare interessi, passioni e realizzare progetti che negli anni lavorativi sono stati trascurati. 

Secondo la definizione dell'Organizzazione Mondiale della Sanità, l'invecchiamento attivo è “un processo di ottimizzazione delle opportunità relative alla salute, partecipazione e sicurezza, allo scopo di migliorare la qualità della vita delle persone anziane”. Secondo tale definizione, le persone anziane sono invitate a rimanere intellettualmente e professionalmente attive, andando al lavoro finché possibile, a fare volontariato, fare esercizio fisico, fare formazione, prendersi cura di figli e nipoti.

Indagini Istat recenti, evidenziano come il fatto di attribuire un valore crescente all’associazionismo con l’avanzare dell’età sia confermato da diversi studi, secondo cui l’impegno a favore degli altri e lo spendersi in azioni di volontariato, è in grado di contrastare la percezione di solitudine, di ridurre i sintomi depressivi, migliorare le prestazioni cognitive e incrementare il benessere mentale.

In tutto il mondo, le migliorate prospettive di vita degli ultimi 50 anni hanno portato all’aumento della percentuale di ultra 64enni. Dal 2020, ci saranno più ultra 60enni che bambini sotto i cinque anni. L’Italia si colloca al secondo posto mondiale per la longevità, dopo il Giappone mentre è in aumento la prospettiva di vita per brasiliani, cinesi e indiani (“World report on ageing and health”).

In risposta all’andamento globale dell’allungamento della vita, alla fine degli anni ’90 l’Oms ha posto l’attenzione verso un cambiamento di paradigma, proponendo una vecchiaia non necessariamente gravata da emarginazione, malattie e disabilità, ma promuovendo l’invecchiamento sano e attivo, definito come un processo che «permette agli individui di realizzare il proprio potenziale per il benessere fisico, sociale e mentale attraverso l’intero corso dell’esistenza e di prendere parte attiva alla società, fornendo loro al contempo protezione, sicurezza e cure adeguate quando necessitino di assistenza». (Epicentro, portale dell'epidemiologia per la sanità pubblica a cura dell'Istituto Superiore di Sanità)
 
Dal punto di vista psicologico l’anziano vede allentarsi progressivamente le proprie potenzialità rispetto alle  capacità fisiche, alle autonomie, all’efficacia delle proprie competenze ed anche in merito all’indipendenza rispetto alle necessità quotidiane. Impegnarsi nel sociale, nel volontariato, nella promozione culturale contribuisce a promuovere la dimensione dell’ “invecchiamento attivo”, contribuendo a “migliorare la qualità della vita una volta che vengano a mancare dimensioni importanti della propria identità, come il ruolo genitoriale (indipendenza dei figli) o quello professionale (pensionamento).  

Come molti studi hanno documentato, il benessere degli anziani è multidimensionale, nel senso che lo star-bene implica più fattori: quello psicofisico, quello socioeconomico, quello relazionale, quello partecipativo (Rossi – Bramanti, 2006; Carrà, 2019)

Da una ricerca presentata in occasione del Congresso internazionale di pastorale degli anziani, Roma, a gennaio 2020, è emerso che gli anziani non attivi, (circa il 28 % del campione) corrono il principale rischio di non essere protagonisti né nei confronti di se stessi, né all’interno delle reti familiari e parentali (che appaiono piuttosto scarse), né  per la società, in impegno di volontariato solidale o civico. Si può parlare di un sostanziale stallo per quanto riguarda la transizione all’età anziana, che caratterizza questa fetta di anziani, residenti prevalentemente al Sud, che non riescono a  ri-orientare la propria vita e il proprio tempo, liberato dagli obblighi lavorativi, in attività generative per sé o per gli altri. Il rischio che si intravede dietro questa condizione di sostanziale malessere è il progressivo isolamento sociale ad esso accompagnato.

Anziani e Volontariato

Associandosi, gli anziani rispondono ad una forte spinta solidaristica che dà vita a reti di mutuo aiuto: al contempo, le relazioni di tipo associativo, che possono essere esperite e agite all’interno di diverse organizzazioni di terzo settore, consentono all’anziano che in esse è coinvolto di trarne un certo livello di benessere personale.

I riscontri empirici suggeriscono l’esistenza di due modi diversi di vivere la condizione anziana a seconda del genere, con elementi di risorsa e fattori di rischio differenziati per uomini e donne. E’ vero che le donne vivono mediamente di più, ma non necessariamente meglio. Se, in linea generale, gli uomini sono quelli che sembrano godere di migliori condizioni materiali (sotto il profilo della salute e dell’attività fisica praticata) e immateriali (a livello di soddisfazione individuale, relazionale e complessiva), le donne si configurano come i soggetti potenzialmente più a rischio, per le quali è necessario pensare politiche e interventi ad hoc. Emerge un’ulteriore differenza di genere sulle condizioni che determinano lo stare bene di donne e uomini: le prime, nella definizione del proprio benessere, danno priorità all’impegno  per gli altri, e al godere di buone relazioni; i secondi all’investimento in elementi che ruotano principalmente sulla propria individualità: salute, reddito.

Attraverso il volontariato è possibile condividere la propria esperienza di vita e contestualmente aiutare gli altri, di rimettersi in gioco, facendo nuove esperienze e al tempo stesso stringere nuove amicizie. Il vantaggio di dedicarsi ad attività con finalità sociali è soprattutto quello di recuperare il beneficio di sentirsi “utili”, di guadagnare un ruolo all’interno della società, di fare nuove esperienze e soprattutto acquisire nuove competenze, evitando  di sentirsi ai “margini” ed allontanandosi da isolamento e solitudine. “Cultura, sport e ricreazione” sono le attività più diffuse del no profit italiano.

La buona vecchiaia, un percorso da costruire

Per un anziano, sapere di poter condividere un percorso di socialità in cui sentirsi “risorsa” condente di sperimentare forme di condivisione dei propri vissuti, di poter contare su  una rete di relazioni, e davanti ad alcune forme di sofferenza fisica o psicologica può rafforzare la percezione di non essere l’unico a soffrire di determinate patologie, e di poterle condividere con altre persone che hanno le sue stesse paure, per affrontarle e superarle.
Numerosi studi psicologici recenti hanno evidenziato come le persone anziane non debbano essere solamente viste come coloro che hanno “bisogni passivi” di assistenza in campo sanitario. Il tema va, piuttosto, affrontato in chiave positiva, ponendo l’accento sugli effetti benefici della funzione aggregativa, come un elemento capace di costruire network di rapporti interpersonali, che facciano sentire bene ed inserita socialmente la persona anziana, e non ai margini della società. Si tratta indiscutibilmente di un percorso che va costruito.

Una buona vecchiaia rimane pur sempre una conquista personale, attraverso l’impegno a mantenere regole e mettere in atto strategie  di vita sana, che riguardano la cura del proprio corpo e della salute, attraverso l’attività fisica e la corretta alimentazione, la prevenzione, l’efficienza mentale, la cura delle emozioni.
Certamente  il ruolo complesso delle istituzioni e del mondo associativo dovrà diventare  sempre più  quello di intercettare le fasce di potenziali anziani a rischio di ritiro, per intervenire in un’ottica preventiva, prima che riparativa, per innalzare la soglia di partecipazione e di benessere di questa fascia della popolazione.

 

Depressione anziani | psicologia
Psicologia

Redazione Autore

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