Demenza Senile Sintomi

Demenza senile: i primi sintomi nell’anziano e cosa deve fare il caregiver

Piccole dimenticanze, momentanei impacci, magari addirittura bizzarri comportamenti: tutti “incidenti” attribuiti all’avanzare dell’età di una persona cara. Ma che a volte, purtroppo, possono in realtà essere le avvisaglie di una demenza senile: “I primissimi sintomi del problema si presentano infatti con una perdita di funzionalità in tante piccole cose della vita quotidiana”, conferma la dottoressa Chiara Cerami, neurologa dell'Unità di Riabilitazione specialistica 2 - Disturbi neurologici, cognitivi e motori, dell'IRCCS Ospedale San Raffaele di Milano. “Ecco allora che diviene molto importante che il caregiver, o comunque la persona che vive vicino all’anziano, li sappia riconoscere: perché una diagnosi precoce rimane la prima arma oggi disponibile per poter affrontare la malattia”. 

Ci sono difficoltà nel quotidiano che devono insospettire più di altre?

“Come detto, il campanello d’allarme sta in una perdita di funzionalità, sia cognitiva che motoria, osservabile in molti contesti quotidiani. Due situazioni frequenti riguardano ad esempio il fare la spesa o la guida dell'automobile: la persona può trovarsi in difficoltà nel controllare il resto oppure dimostrare un notevole calo di attenzione mentre è al volante. Quello che dovrebbe saltare all'occhio ai parenti non sono solo le dimenticanze, ma anche e soprattutto queste forti difficoltà nell'affrontare quelle attività quotidiane in cui la persona cara era prima completamente autonoma”. 

Si tratta sempre di un processo graduale o possono anche esserci delle cause scatenanti?

“Così come non esiste un'unica forma di demenza senile, non c’è un unico e prestabilito insorgere e decorrere della malattia. In alcuni casi può comunque esserci un fattore scatenante: alcune forme di demenza possono ad esempio essere catalogate di tipo vascolare, cioè collegate a un disturbo della circolazione, perché hanno un principio evidente e quasi inequivocabile nel periodo che fa seguito a un ictus. Nel caso del morbo di Alzheimer, invece, i primi sintomi del decadimento cognitivo di norma cominciano a manifestarsi in maniera più evidente in seguito a un lutto oppure a un evento particolarmente stressante, con quindi un maggiore coinvolgimento della sfera psicologica”.

A chi rivolgersi quando si sospetta che il proprio caro stia sviluppando una forma di demenza senile?

“Il primo referente deve sempre essere il medico curante. In seconda battuta, è poi bene rivolgersi a un Centro o a uno specialista dei disturbi della memoria, così da riuscire a inquadrare correttamente il problema. La cosa fondamentale, infatti, è riconoscere il prima possibile la presenza di un eventuale decadimento cognitivo, per poi rallentarlo mediante adeguate cure farmacologiche. Perdere tempo con visite specialistiche inadeguate, magari anche per i lunghi tempi d’attesa, può invece essere deleterio, perché questa malattia ha un decorso piuttosto rapido e così ogni giorno che passa compromette la possibilità di salvaguardare le facoltà cognitive ancora integre.”

Tra i problemi da affrontare c’è poi anche il convincere l’anziano a farsi vedere da uno specialista: come comportarsi?

“E’ naturale che l'anziano opponga un netto rifiuto di fronte alla proposta di sottoporsi ad una visita specialistica di questo tipo, poiché non ha ovviamente un’esatta percezione delle variazioni nel suo comportamento e nelle sue facoltà. Ancora peggio sarebbe l’affrontare il discorso di un'eventuale demenza senile in maniera esplicita, perché il tutto verrebbe percepito come una deliberata limitazione della propria libertà. Per non parlare dei casi in cui la persona è ancora coinvolta in un'attività a gestione famigliare: in tali situazioni il tutto viene infatti quasi sempre vissuto come un escamotage per escludere l’interessato dal contesto lavorativo”. 

Invece, cosa funziona?

“Introdurre il problema parlando all'anziano della necessità di una consulenza medica focalizzandosi su un problema in particolare, meglio se molto pratico e percepibile in maniera concreta. Come ad esempio può essere la perdita di attenzione alla guida: questo genere di difficoltà, infatti, è senz’altro percepita chiaramente anche dal nostro caro, che - ammettendo così il problema e magari preoccupato del fatto che potrebbe impedirgli il rinnovo della patente – sarà quindi più facilmente disponibile a farsi aiutare. Il ‘punto debole’ su cui far leva e quindi quello in relazione al quale la persona anziana sarebbe preoccupate di avere una perdita di autonomia”.
 

Mal di schiena, ma non solo: chi assiste in casa un anziano non autosufficiente deve assai spesso fare i conti con tutta una serie di dolori fisici così comuni e diffusi che la medicina è arrivata a raccoglierli sotto il nome di “sindrome del caregiver”. Per saperne di più, e soprattutto per cercare di prevenirla almeno in parte, ne parliamo con il dottor Andrea Tettamanti, coordinatore del Servizio di Fisioterapia dell’Ospedale San Raffaele di Milano.

Come si manifesta solitamente la sindrome del caregiver?

“Con disturbi e dolori che possono andare a intaccare diverse aree dell’apparato muscolo-scheletrico: nell’80% dei casi colpiscono il rachide e generano dunque una lombalgia cronica, cioè un continuo dolore di schiena. Ma anche i muscoli della parte alta del corpo, del collo e delle spalle finiscono con lo scontare le conseguenze degli sforzi richiesti dal dover prestare assistenza quotidiana a un proprio caro”. 

Oltre alla fatica in sé, la causa sta anche in movimenti scorretti?

“Esattamente. Anzi, le cause di questi problemi stanno essenzialmente nelle prese scorrette. Il caregiver, specie se assiste un anziano non più autosufficiente, deve spesso sollevarlo dalla sua seduta o dal letto, magari per trasferirlo su una sedia a rotelle. Un’operazione in tanti casi resa ancora più difficile dal fatto che si ha a che fare con un soggetto non collaborante, che quindi grava sulla colonna vertebrale del caregiver alla pari di un carico pesante. Ma anche alcune semplici gesti del quotidiano sono alla lunga molto probanti: per esempio, nel caso di anziani completamente non autosufficienti accade spesso di dover risollevare la persona che è scivolata all’interno del letto e quest’azione, per quanto sembri banale, risulta alla lunga altrettanto logorante per i muscoli coinvolti”.

C’è allora qualche “trucco” per prevenire questi problemi?

“La soluzione sta proprio nell’imparare a gestire l’anziano in maniera corretta, anche per una sua maggiore sicurezza, perché una presa scorretta - oltre a innescare la sindrome del caregiver – può anche causare incidenti domestici con danno anche per la persona assistita. Per prima cosa, occorre collocarsi molto vicino all’anziano: questo perché dal punto di vista biomeccanico vengono sensibilmente ridotti i bracci di leva, attenuando così lo sforzo. Inoltre, è necessario fare attenzione a flettere poco la schiena, senza spostare in avanti la colonna, ma piuttosto facendo leva sulle gambe piegando le ginocchia. Un’altra risorsa, poi, sta nell’utilizzo di specifici ausili a seconda delle singole esigenze: possono essere minori, come per esempio cinghie o tavolette per la riduzione dell’attrito, oppure maggiori, cioè veri e propri sollevatori che vengono prescritti come presidi medici.”

Ci sono corsi per imparare le tecniche corrette?

“Nel caso degli ausili, dopo la prescrizione medica e l’installazione a casa, il caregiver riceve di solito una formazione da parte di personale medico specializzato, così da poter essere immediatamente autonomo nell’utilizzo del presidio. Per quanto riguarda invece le prese e altre tecniche legate all’assistenza, il consiglio è quello di individuare sul territorio l’esistenza di corsi, generalmente gratuiti, organizzati dalle stesse associazioni di caregiver. In alternativa, ci si può iscrivere a uno dei corsi professionalizzanti per operatori socio-sanitari: di solito sono a pagamento, ma forniscono al caregiver le competenze di base per prestare assistenza al proprio caro nel migliore dei modi, anche in termini di tutela della propria salute”.

C’è modo di intervenire sulla “sindrome del caregiver” anche quando si è ormai innescata da tempo?

“La correzione delle posture e dei comportamenti scorretti è già di per sé un rimedio, quindi la stessa volontà di fotografare il problema e cercare le tecniche per risolverlo è un inizio del ciclo di cura. Inoltre, per vincere il dolore (a partire da quello di schiena) fa bene impegnarsi gradualmente in una moderata ma regolare attività fisica, proprio come se ci si dovesse ‘allenare’ per sostenere l’impegno: una delle abitudini che acuisce i problemi fisici legati all’assistenza di un proprio caro, è proprio la relativa sedentarietà del caregiver, che trascorre tutto o quasi il suo tempo in casa a fianco della persona non autosufficiente. Può essere invece tratto grande giovamento da attività aerobiche come la camminata sportiva oppure il nuoto, che grazie all’acqua è uno sport a basso impatto articolare. Per il motivo opposto, ovvero l’alta sollecitazione di articolazioni già messe a dura prova dall’attività di assistenza, va invece evitata la corsa. Spesso il caregiver prova sensi di colpa all’idea di abbandonare l’anziano per fare un po’ di sport all’aperto o in palestra, ma in realtà deve pensare che è tutto tempo impiegato per la sua salute e di riflesso anche per quella del suo caro”.