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Ipotiroidismo negli anziani

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16 Giugno 2021

Con la consulenza del dottor Fabrizio Golonia, specialista in endocrinologia e direttore sanitario di Cerva 16, Nutrition and Anti-Aging Center a Milano 

Con il passare degli anni si può verificare una fisiologica riduzione degli ormoni tiroidei (la triiodotironina e la tiroxina, rispettivamente chiamati T3 e T4), quale manifestazione di quel più esteso  fenomeno che prende il nome di endocrinosenescenza. che descrive la progressiva e inevitabile contrazione della attività di tutto il sistema endocrino.  

Quando però l’attività tiroidea si riduce al di sotto di una certa soglia – e si è in presenza quindi di ipotiroidismo – il problema va affrontato insieme all’endocrinologo, che può valutare l’opportunità di terapia ormonale sostitutiva. 

Un asse con ipofisi e ipotalamo 

Gli ormoni T3 e T4 sono prodotti dalla tiroide in risposta allo stimolo della tireotropina (TSH), di origine ipofisaria. La secrezione del TSH è a sua volta regolata dal TRH (in lingua italiana conosciuto come Ormone di Rilascio della Tireotropina), prodotto dall’ipotalamo.  

Esistono diverse forme di ipotiroidismo: quella  più comune dipende da un imperfetto funzionamento della tiroide, che non secerne T3 e T4 a sufficienza, mentre molto più raramente sono presenti difetti dell’ipofisi e dell’ipotalamo.  

La ridotta produzione degli ormoni T3 e T4 può dipendere da malattie autoimmuni, come la tiroidite di Hashimoto, dall’uso di alcuni farmaci (tra cui l’amiodarone, a cui si ricorre in caso di aritmie cardiache, e il litio, utile in presenza di certi disturbi psichiatrici), dagli esiti di una radioterapia (come accade nel contesto delle terapie indicate per il tumore della mammella) oppure per una terapia specifica a base di iodio radioattivo (terapia radiometabolica) e dall’asportazione della tiroide.  

Sintomi aspecifici 

Siccome gli ormoni tiroidei rivestono un ruolo centrale nel metabolismo, una loro carenza rallenta tale processo. Ciò provoca una maggiore sensibilità al freddo, una riduzione delle capacità cognitive, una minore efficienza muscolare, un’inferiore tolleranza agli sforzi fisici e mentali e variazioni del ritmo cardiaco (più spesso bradicardia, ma talvolta anche tachicardia) e l’aumento di peso corporeo.  

Negli anziani, in particolare in quelli fragili che seguono terapie multifarmacologiche,  questi sintomi sono spesso difficili da riconoscere perché aspecifici e perché caratterizzano molte malattie croniche tipiche della terza età. 

Terapia sostitutiva 

Per diagnosticare l’ipotiroidismo è sufficiente un esame del sangue che rilevi la concentrazione degli ormoni T3 e T4 e del TSH. In caso di ridotta concentrazione di T3 e T4 e di aumentata concentrazione di TSH si è in presenza di ipotiroidismo clinico, mentre il solo eccesso di TSH è indice di un ipotiroidismo che si definisce “subclinico”. 

Nell’anziano la forma subclinica non richiede, immediatamente, il ricorso a farmaci con finalità sostitutiva. Invece, salvo controindicazioni legate al singolo caso, l’ipotiroidismo clinico va sempre trattato, a prescindere dall’età. 

In genere, la cura prevede la somministrazione di levotiroxina, che rappresenta la terapia sostitutiva di prima scelta. Tuttavia, se l’endocrinologo lo ritiene opportuno, a questa può essere associata la terapia sostitutiva con liotironina, che ha un effetto più rapido e intenso, ma anche una breve emivita.  

Un’altra possibile cura è quella che prevede l’uso di ormoni biosimilari: il farmaco, che va assemblato in base alle specifiche esigenze del paziente, contiene un mix di ormoni, tra cui il T3 e il T4.  

Negli anziani bisogna valutare con attenzione i dosaggi e, più in generale, l’opportunità di una cura in caso di ipotiroidismo, tenendo in considerazione anche le altre terapie eventualmente seguite e la storia clinica del soggetto. Per esempio, dopo lunghe ospedalizzazioni o negli anziani istituzionalizzati la produzione di ormoni tiroidei si riduce spontaneamente. In questa situazione, non bisogna ricorrere subito ai farmaci, ma in primo luogo cambiare alimentazione. 

Può servire l’integrazione 

La dieta è infatti importante per il buon funzionamento della tiroide. A preservare l’efficienza di questa ghiandola concorre un consumo di proteine (carne, pesce, uova, latte e derivati, legumi eccetera) ben regolato. Il T3 e il T4 sono infatti ormoni di tipo proteico e una carenza di tali sostanze è d’ostacolo alla loro produzione. Al contrario, cibi che favoriscono l’infiammazione dell’organismo (carboidrati, latte e latticini, alimenti sottoposti a trattamenti prolungati o elaborati) vanno consumati in minor misura: ad esempio il consumo di  dolci e di prodotti da forno di origine industriale va limitato, privilegiando sia la pasta sia il pane integrali.  

A seconda dei casi, l’endocrinologo può consigliare anche il ricorso a integratori a base di iodio e selenio, che stimolano l’attività della tiroide in tutte quelle situazioni in cui un approccio più aggressivo non trovi indicazione: infatti la riduzione, anche se modesta, della concentrazione di ormoni tiroidei comporta l’alterazione della omeostasi, cioè della condizione di equilibrio metabolico della massa muscolare, favorendo lo sviluppo della sarcopenia che, specie nella persona anziana, è un elemento costitutivo di fragilità.

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