Retta Rsa Detrazioni

Retta Rsa: quando e come è deducibile o detraibile in dichiarazione dei redditi

Quali sono le detrazioni fiscali previste dalla legge per la retta della Rsa? E sono sempre possibili? Inoltre, ne può beneficiare solo l'anziano ricoverato o anche il caregiver, qualora sia questo a pagare? Per rispondere a queste e altre domande abbiamo chiesto aiuto al dottor Sandro Sclafani di BC&, noto Studio di consulenza societaria tributaria legale con sede a Milano.

Cosa si può detrarre

Il nostro esperto fa subito un'importante precisazione: “La retta di ricovero è formata da una parte riferibile alla quota sanitaria e da una che riguarda invece la quota alberghiera per vitto e alloggio (ovvero non sanitaria). Per permettere di individuare le due quote che compongono la retta, i gestori delle strutture rilasciano annualmente una dichiarazione che attesta i costi sostenuti dagli ospiti rispetto alle due singole voci. Questa attestazione è fondamentale per la dichiarazione dei redditi, in quanto la legge consente di poter portare in deduzione o detrazione esclusivamente i costi sostenuti per la quota sanitaria in misura e con modalità che variano a seconda di tre ben precisi fattori: lo stato di salute dell'ospite, il soggetto che provvede al pagamento, il fatto che l'anziano sia o meno a carico di chi sostiene la spesa”. Vediamo allora in dettaglio quali agevolazioni fiscali sono previste a seconda dei diversi scenari.


1. Deducibilità integrale della retta 

Secondo quanto stabilito dall’art. 10, comma 1, lett. b, del DPR 917/1986, le persone disabili oppure invalide possono dedurre integralmente i costi sanitari sostenuti e certificati nella dichiarazione annuale rilasciata dall'ente gestore della struttura.

Ai sensi della legge n. 104/1992 per “disabile” si intende una persona “che presenta una minorazione fisica, psichica o sensoriale, stabilizzata o progressiva, che è causa di difficoltà di apprendimento, di relazione o di integrazione lavorativa e tale da determinare un processo di svantaggio sociale o di emarginazione”, indipendentemente dal fatto che questi fruiscano o meno dell'assegno di accompagnamento. Sono considerati disabili non solo i soggetti che hanno ottenuto il riconoscimento dalla commissione medica dell'Azienda Sanitaria Locale istituita ai sensi dell’art. 4 sempre della legge n. 104/1992, ma anche coloro che sono stati ritenuti invalidi da altre commissioni mediche pubbliche incaricate ai fini del riconoscimento dell'invalidità civile, di lavoro, di guerra, purché presentino le condizioni di minorazione sopra descritte. 

Oltre che dall'ospite della Rsa, le spese sanitarie sostenute possono essere eventualmente dedotte anche dal familiare, individuato tra quelli riportati nell'art. 433 del c.c., a prescindere dal fatto che il parente in cura sia o meno da considerare fiscalmente a carico.

2. Detraibilità del 19% della retta senza limitazioni 

Secondo quanto previsto invece dall’art. 15, comma 1, lett. c, del DPR 917/1986, le persone non portatrici di handicap o non invalidi, ma comunque non autosufficienti “nel compimento degli atti della vita quotidiana”, possono detrarre il 19% del totale delle spese sanitarie certificate.

In particolare, la Circolare n. 2 dell’Agenzia delle Entrate del 3 gennaio 2005  ha chiarito che sono da considerarsi “non autosufficienti” i soggetti che siano incapaci in autonomia di: assumere alimenti; espletare le funzioni fisiologiche e di igiene personale; deambulare; indossare da soli gli indumenti. Lo stato di “non autosufficienza” sussiste anche qualora ricorra una sola delle suddette condizioni. Inoltre, sono da considerare “non autosufficienti” le persone che necessitano di sorveglianza continuativa.

Attenzione: data la mancanza di norme o circolari a stabilire che la certificazione necessaria per questa specifica agevolazione coincida con il verbale di invalidità o di handicap, può essere considerata valida anche la certificazione di un medico specialista o di famiglia.

In questo contesto, oltre che dall'ospite della Rsa, le spese sanitarie sostenute possono essere detratte anche dal familiare, individuato tra quelli riportati nell'art. 433 del c.c., di cui l’anziano è fiscalmente a carico.


3. Detraibilità del 19% della retta con limitazioni 

L’ultimo scenario è quello previsto dall’art. 15, comma 1, lett. i-septies, DPR 917/1986: nel caso in cui l'ospite non sia una persona disabile ai sensi della Legge n. 104/1992 (1° scenario) oppure l'ospite non sia un familiare fiscalmente a carico (2° scenario), l'assistito o i familiari di cui all'art. 433 c.c. che hanno sostenuto la spesa possono indicare i costi sostenuti e certificati come spese per addetti all'assistenza personale, usufruendo della detrazione del 19% su una spesa massima di 2.100 euro, che consente quindi una detrazione massima pari a 399 euro, a patto però che il reddito del contribuente non superi i 40.000 euro lordi annui.

“Com’è facilmente intuibile”, commenta in chiusura il dottore commercialista Sandro Sclafani, “nel caso in cui l’ospite della Rsa non sia disabile né fiscalmente a carico, risulta fiscalmente più conveniente che paghi direttamente la retta, perché così è invece ammessa dalle legge la detrazione del 19% sul totale della spesa certificata”. 
 

Mal di schiena, ma non solo: chi assiste in casa un anziano non autosufficiente deve assai spesso fare i conti con tutta una serie di dolori fisici così comuni e diffusi che la medicina è arrivata a raccoglierli sotto il nome di “sindrome del caregiver”. Per saperne di più, e soprattutto per cercare di prevenirla almeno in parte, ne parliamo con il dottor Andrea Tettamanti, coordinatore del Servizio di Fisioterapia dell’Ospedale San Raffaele di Milano.

Come si manifesta solitamente la sindrome del caregiver?

“Con disturbi e dolori che possono andare a intaccare diverse aree dell’apparato muscolo-scheletrico: nell’80% dei casi colpiscono il rachide e generano dunque una lombalgia cronica, cioè un continuo dolore di schiena. Ma anche i muscoli della parte alta del corpo, del collo e delle spalle finiscono con lo scontare le conseguenze degli sforzi richiesti dal dover prestare assistenza quotidiana a un proprio caro”. 

Oltre alla fatica in sé, la causa sta anche in movimenti scorretti?

“Esattamente. Anzi, le cause di questi problemi stanno essenzialmente nelle prese scorrette. Il caregiver, specie se assiste un anziano non più autosufficiente, deve spesso sollevarlo dalla sua seduta o dal letto, magari per trasferirlo su una sedia a rotelle. Un’operazione in tanti casi resa ancora più difficile dal fatto che si ha a che fare con un soggetto non collaborante, che quindi grava sulla colonna vertebrale del caregiver alla pari di un carico pesante. Ma anche alcune semplici gesti del quotidiano sono alla lunga molto probanti: per esempio, nel caso di anziani completamente non autosufficienti accade spesso di dover risollevare la persona che è scivolata all’interno del letto e quest’azione, per quanto sembri banale, risulta alla lunga altrettanto logorante per i muscoli coinvolti”.

C’è allora qualche “trucco” per prevenire questi problemi?

“La soluzione sta proprio nell’imparare a gestire l’anziano in maniera corretta, anche per una sua maggiore sicurezza, perché una presa scorretta - oltre a innescare la sindrome del caregiver – può anche causare incidenti domestici con danno anche per la persona assistita. Per prima cosa, occorre collocarsi molto vicino all’anziano: questo perché dal punto di vista biomeccanico vengono sensibilmente ridotti i bracci di leva, attenuando così lo sforzo. Inoltre, è necessario fare attenzione a flettere poco la schiena, senza spostare in avanti la colonna, ma piuttosto facendo leva sulle gambe piegando le ginocchia. Un’altra risorsa, poi, sta nell’utilizzo di specifici ausili a seconda delle singole esigenze: possono essere minori, come per esempio cinghie o tavolette per la riduzione dell’attrito, oppure maggiori, cioè veri e propri sollevatori che vengono prescritti come presidi medici.”

Ci sono corsi per imparare le tecniche corrette?

“Nel caso degli ausili, dopo la prescrizione medica e l’installazione a casa, il caregiver riceve di solito una formazione da parte di personale medico specializzato, così da poter essere immediatamente autonomo nell’utilizzo del presidio. Per quanto riguarda invece le prese e altre tecniche legate all’assistenza, il consiglio è quello di individuare sul territorio l’esistenza di corsi, generalmente gratuiti, organizzati dalle stesse associazioni di caregiver. In alternativa, ci si può iscrivere a uno dei corsi professionalizzanti per operatori socio-sanitari: di solito sono a pagamento, ma forniscono al caregiver le competenze di base per prestare assistenza al proprio caro nel migliore dei modi, anche in termini di tutela della propria salute”.

C’è modo di intervenire sulla “sindrome del caregiver” anche quando si è ormai innescata da tempo?

“La correzione delle posture e dei comportamenti scorretti è già di per sé un rimedio, quindi la stessa volontà di fotografare il problema e cercare le tecniche per risolverlo è un inizio del ciclo di cura. Inoltre, per vincere il dolore (a partire da quello di schiena) fa bene impegnarsi gradualmente in una moderata ma regolare attività fisica, proprio come se ci si dovesse ‘allenare’ per sostenere l’impegno: una delle abitudini che acuisce i problemi fisici legati all’assistenza di un proprio caro, è proprio la relativa sedentarietà del caregiver, che trascorre tutto o quasi il suo tempo in casa a fianco della persona non autosufficiente. Può essere invece tratto grande giovamento da attività aerobiche come la camminata sportiva oppure il nuoto, che grazie all’acqua è uno sport a basso impatto articolare. Per il motivo opposto, ovvero l’alta sollecitazione di articolazioni già messe a dura prova dall’attività di assistenza, va invece evitata la corsa. Spesso il caregiver prova sensi di colpa all’idea di abbandonare l’anziano per fare un po’ di sport all’aperto o in palestra, ma in realtà deve pensare che è tutto tempo impiegato per la sua salute e di riflesso anche per quella del suo caro”.