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Spese per badanti e dichiarazione dei redditi: quando e come si possono detrarre

Con la consulenza del dottor Alberto Bestetti, dello Studio di consulenza societaria, tributaria e legale BC& di Milano, vediamo di dare tutte le risposte utili riguardo la detrazione fiscale delle spese sostenute per le badanti. Con una precisazione iniziale: “Come tali si intendono esclusivamente quelle sostenute per gli addetti all’assistenza specifica per le persone non autosufficienti, non quelle per le collaboratrici familiari, ovvero le colf”, avverte il nostro esperto.

Che cosa si intende esattamente per “persone non autosufficienti”?

“Parla chiaro la Circolare n. 7/E del 4 aprile 2017 pubblicata dall’Agenzia delle Entrate che recita: «Sono considerati non autosufficienti nel compimento degli atti della vita quotidiana i soggetti che necessitano di sorveglianza continuativa o sono incapaci di svolgere almeno una delle seguenti attività: assunzione di alimenti, espletamento delle funzioni fisiologiche e dell’igiene personale, deambulazione, indossare gli indumenti». Lo stato di non autosufficienza deve derivare da una patologia e deve risultare da certificazione medica. Fatte salve queste condizioni, l’Agenzia delle Entrate ha inoltre chiarito che la detrazione spetta anche se le prestazioni di assistenza sono rese da una cooperativa di servizi (Circolare n. 17/E, risposta 8, del 18 maggio 2006) oppure da una Casa di cura o di riposo (Risoluzione n. 397/E del 22 ottobre 2008), a patto che la documentazione esibita certifichi distintamente i corrispettivi riferiti all’assistenza rispetto a quelli riferibili ad altre prestazioni fornite dall’istituto ospitante”.

Come e in che misura possono essere recuperate queste spese?  

“Le spese sostenute per le cosiddette badanti rappresentano un onere detraibile ai fini Irpef e sono recuperabili mediante la Dichiarazione dei Redditi delle Persone Fisiche (Modello 730 e Modello Redditi Persone Fisiche, ex Modello Unico PF). La detrazione per badanti (o, come detto, addetti all’assistenza nel compimento di atti della vita quotidiana) è fissata nel 19% dell’ammontare della spesa sostenuta dalle persone non autosufficienti o dai loro familiari. Ai sensi dell’art.433 del Codice Civile, per 'familiari' si intendono: il coniuge; i figli (anche adottivi) e, in loro mancanza, i discendenti prossimi; i genitori e, in loro mancanza, gli ascendenti prossimi; gli adottanti; i generi e le nuore; il suocero e la suocera; i fratelli e le sorelle germani o unilaterali, con precedenza dei germani sugli unilaterali”.

Ci sono dei limiti alle somme detraibili?

“La detrazione del 19% spetta al soggetto che ha sostenuto il pagamento nel limite della spesa massima di 2.100 euro, sempre che il reddito del contribuente non superi i 40.000 euro lordi: la detrazione massima è quindi di 399 euro. Qualora il reddito del dichiarante superi il tetto di 40.000 euro lordi, non è invece possibile alcuna detrazione. Attenzione, inoltre: il limite di 2.100 euro rimane tale indipendentemente dal numero di addetti che prestano assistenza alla persona non autosufficiente”.

Come deve essere regolamentato il rapporto di lavoro con le badanti per poter portare in detrazione le spese sostenute?

“La legge prevede l'assunzione secondo quanto stabilito dal Contratto nazionale collettivo Colf e badanti oppure dal Contratto nazionale collettivo Lavoro domestico. Le differenze tra i due sono minime e il più utilizzato (applicabile in generale a tutti i lavoratori domestici in Italia) è il secondo. E' un contratto di facile gestione e molto versatile, che contempla un rapporto di lavoro a ore come a servizio intero (lavoratore domestico convivente o badante) o ancora a mezzo servizio (part-time), in base alle esigenze della persona assistita. Inoltre, ha tempi di assunzione e rescissione molto flessibili e può essere disciplinato mediante Caf, Patronati o studi di commercialisti”.

Cliccate qui per avere informazioni su tutte le possibili deduzioni e detrazioni in dichiarazione dei redditi relative all'assistenza agli anziani.

Mal di schiena, ma non solo: chi assiste in casa un anziano non autosufficiente deve assai spesso fare i conti con tutta una serie di dolori fisici così comuni e diffusi che la medicina è arrivata a raccoglierli sotto il nome di “sindrome del caregiver”. Per saperne di più, e soprattutto per cercare di prevenirla almeno in parte, ne parliamo con il dottor Andrea Tettamanti, coordinatore del Servizio di Fisioterapia dell’Ospedale San Raffaele di Milano.

Come si manifesta solitamente la sindrome del caregiver?

“Con disturbi e dolori che possono andare a intaccare diverse aree dell’apparato muscolo-scheletrico: nell’80% dei casi colpiscono il rachide e generano dunque una lombalgia cronica, cioè un continuo dolore di schiena. Ma anche i muscoli della parte alta del corpo, del collo e delle spalle finiscono con lo scontare le conseguenze degli sforzi richiesti dal dover prestare assistenza quotidiana a un proprio caro”. 

Oltre alla fatica in sé, la causa sta anche in movimenti scorretti?

“Esattamente. Anzi, le cause di questi problemi stanno essenzialmente nelle prese scorrette. Il caregiver, specie se assiste un anziano non più autosufficiente, deve spesso sollevarlo dalla sua seduta o dal letto, magari per trasferirlo su una sedia a rotelle. Un’operazione in tanti casi resa ancora più difficile dal fatto che si ha a che fare con un soggetto non collaborante, che quindi grava sulla colonna vertebrale del caregiver alla pari di un carico pesante. Ma anche alcune semplici gesti del quotidiano sono alla lunga molto probanti: per esempio, nel caso di anziani completamente non autosufficienti accade spesso di dover risollevare la persona che è scivolata all’interno del letto e quest’azione, per quanto sembri banale, risulta alla lunga altrettanto logorante per i muscoli coinvolti”.

C’è allora qualche “trucco” per prevenire questi problemi?

“La soluzione sta proprio nell’imparare a gestire l’anziano in maniera corretta, anche per una sua maggiore sicurezza, perché una presa scorretta - oltre a innescare la sindrome del caregiver – può anche causare incidenti domestici con danno anche per la persona assistita. Per prima cosa, occorre collocarsi molto vicino all’anziano: questo perché dal punto di vista biomeccanico vengono sensibilmente ridotti i bracci di leva, attenuando così lo sforzo. Inoltre, è necessario fare attenzione a flettere poco la schiena, senza spostare in avanti la colonna, ma piuttosto facendo leva sulle gambe piegando le ginocchia. Un’altra risorsa, poi, sta nell’utilizzo di specifici ausili a seconda delle singole esigenze: possono essere minori, come per esempio cinghie o tavolette per la riduzione dell’attrito, oppure maggiori, cioè veri e propri sollevatori che vengono prescritti come presidi medici.”

Ci sono corsi per imparare le tecniche corrette?

“Nel caso degli ausili, dopo la prescrizione medica e l’installazione a casa, il caregiver riceve di solito una formazione da parte di personale medico specializzato, così da poter essere immediatamente autonomo nell’utilizzo del presidio. Per quanto riguarda invece le prese e altre tecniche legate all’assistenza, il consiglio è quello di individuare sul territorio l’esistenza di corsi, generalmente gratuiti, organizzati dalle stesse associazioni di caregiver. In alternativa, ci si può iscrivere a uno dei corsi professionalizzanti per operatori socio-sanitari: di solito sono a pagamento, ma forniscono al caregiver le competenze di base per prestare assistenza al proprio caro nel migliore dei modi, anche in termini di tutela della propria salute”.

C’è modo di intervenire sulla “sindrome del caregiver” anche quando si è ormai innescata da tempo?

“La correzione delle posture e dei comportamenti scorretti è già di per sé un rimedio, quindi la stessa volontà di fotografare il problema e cercare le tecniche per risolverlo è un inizio del ciclo di cura. Inoltre, per vincere il dolore (a partire da quello di schiena) fa bene impegnarsi gradualmente in una moderata ma regolare attività fisica, proprio come se ci si dovesse ‘allenare’ per sostenere l’impegno: una delle abitudini che acuisce i problemi fisici legati all’assistenza di un proprio caro, è proprio la relativa sedentarietà del caregiver, che trascorre tutto o quasi il suo tempo in casa a fianco della persona non autosufficiente. Può essere invece tratto grande giovamento da attività aerobiche come la camminata sportiva oppure il nuoto, che grazie all’acqua è uno sport a basso impatto articolare. Per il motivo opposto, ovvero l’alta sollecitazione di articolazioni già messe a dura prova dall’attività di assistenza, va invece evitata la corsa. Spesso il caregiver prova sensi di colpa all’idea di abbandonare l’anziano per fare un po’ di sport all’aperto o in palestra, ma in realtà deve pensare che è tutto tempo impiegato per la sua salute e di riflesso anche per quella del suo caro”.